Good Morning Aman - Recensione (Good Morning Aman) Regia: Claudio Noce – Cast: Anita Caprioli, Valerio Mastandrea, Said Sabrie – Genere: Drammatico - colore 105 minuti – Produzione: Italia 2009, DNA Cinematografica – Distribuzione: Cinecittà Luce – Data di uscita: 13 novembre 2009
“Good Morning Aman”, presentato alla sessantaseiesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è l’opera prima di Claudio Noce, autore di vari cortometraggi, documentari, videoclips e pubblicità. Alcune sue opere sono state presentate e premiate in diversi festival, e con grande emozione ed entusiasmo ha lavorato al progetto di questo lungometraggio, che nel suo intento vuole essere un romanzo di formazione. Si narra dell’incontro di due solitudini, quella di Aman, immigrato somalo di seconda generazione, e di Teodoro, ex pugile, confinatosi volontariamente in casa nel tentativo di combattere i demoni ed i sensi di colpa che affliggono la sua anima. Entrambi italiani, di due colori diversi, uniti dalla stessa emarginazione, per uno scelta, per l’altro subita, Aman, seppur si senta italiano, avverte il peso dell’emarginazione, desidera un riscatto sociale, un’affermazione economica, Teodoro (un bravissimo Mastandrea), invece, l’emarginazione l’ha voluta, anche se questo non ha comunque risolto i suoi problemi interiori e i suoi malesseri. Il regista usa spesso inquadrature strette sui personaggi, che rendono la narrazione intima, reale, in qualche sequenza documentaristica, decisamente vitale e fuori dagli schemi abituali per il racconto di storie di questo tipo. La validità del prodotto è incontestabile, una regia perfetta ed un Mastandrea da promuovere con lode, anche se in alcuni momenti questo non basta a bucare lo schermo, ad ottenere nello spettatore quell’immedesimazione necessaria a far si che un film non sia semplicemente visto ma anche vissuto. È doveroso mettere in evidenza il merito di tutti quelli che con diversi ruoli hanno contribuito alla realizzazione di questo lavoro, proponendo nelle sale un prodotto diverso, non banale, dove si ha l’opportunità di riflettere non tanto sull’emarginazione, quanto sulla solitudine in cui molti vivono, sulla difficoltà di accettarsi con il proprio bagaglio di errori, che rende a volte impossibile trovare la strada per il riscatto. Film d’autore come questo, sono la dimostrazione che il cinema italiano può tentare strade diverse da quelle più commerciali, che crei una breccia nelle abitudini dello spettatore, educandolo ad apprezzare sullo schermo prodotti più dolorosi ma formativi.
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