Final Portrait – L’Arte di essere Amici: il nuovo film di Stanley Tucci presentato in conferenza stampa

Oggi, 5 febbraio, è stato presentato in conferenza stampa a Roma il nuovo film di Stanley Tucci, “Final Portrait – L’Arte di essere Amici”. A commentare la pellicola era presente il regista.

Final Portrait – L’Arte di essere Amici: il nuovo film di Stanley Tucci presentato in conferenza stampa

Final Portrait - L'Arte di essere Amici - scena

Final Portrait – L’Arte di essere Amici: la scelta di Giacometti

Il regista Stanley Tucci ci ha tenuto a specificare, durante la conferenza stampa, perchè ha scelto Alberto Giacometti come protagonista principale della sua quinta opera. L’educazione di Tucci, figlio di un artista, è sempre stata incentrata sull’arte e questo ha avuto un enorme peso anche nella formazione artistica di attore. Alla domanda del perchè non è stato prodotto un vero e proprio biopic, il regista ha affermato: “I biopic sembrano quasi sempre una serie infinita di fatti. Trovo molto più interessante concentrarsi su un breve periodo, per scoprire l’essenza di una persona”.

Final Portrait – L’Arte di essere Amici” si focalizza, infatti, solo su un periodo ben preciso della vita di Alberto Giacometti. A tal proposito, Stanley Tucci ha motivato la sua scelta spiegando che ha preferito proporre “non un biopic sull’avventurosa vita, ma sull’avventurosa mente“.

Final Portrait – L’Arte di essere Amici: il processo creativo

Oggetto di dibattito, durante la conferenza, è stata la ragione che ha spinto Stanley Tucci a non interpretare personalmente Giacometti. In merito, il regista ha spiegato che era profondamente convinto che il film ne avrebbe sofferto, “che l’attenzione sarebbe stata divisa tra la sua interpretazione e la sua regia”. Si è detto, invece, molto soddisfatto del lavoro svolto con Geoffrey Rush, protagonista assoluto del film, che ha avuto ben due anni per preparare al meglio la performance.

La questione indubbiamente più complessa riguardava far coincidere la fisicità e lo stato interiore di Giacometti. In questo senso, ha spiegato Tucci, Rush ha avuto delle iniziali problematiche nel sentirsi a proprio agio sia nell’interpretare le nevrosi dell’artista e sia nell’impugnare il pennello, cercando di risultare il più credibile possibile. “Una volta trovato l’agio, l’interpretazione è stata perfetta”, ha concluso il regista.

Inoltre, è stato sottolineato come il nucleo narrativo del film sia il processo creativo, al centro di tutta la trama. A riguardo, Tucci ha affermato che “quando respiri l’arte nell’ambiente familiare, è inevitabile che l’arte ti accompagni per tutti la vita”: ha aggiunto che la sua intenzione principale è stata quella di esprimere ogni gioia, difficoltà, dolore e ansia che fa parte, costruisce e caratterizza il processo creativo.

Final Portrait – L’Arte di essere Amici: l’amicizia nel film

“Final Portrait – L’Arte di essere Amici” è, di certo, anche un film sull’amicizia: l’amicizia tra Alberto Giacometti e lo scrittore James Lord. Il rapporto tra i due è, però, quello tra due poli opposti: da un lato abbiamo il puro artista, dall’altro un intellettuale borghese. Stanley Tucci ha voluto raccontare di aver parlato personalmente con tre modelli di Giacometti e, tutti e tre, gli hanno confermato come il rapporto che si instaurava con l’artista seguisse sempre la stessa linea di maturazione. All’inizio parlava, poi chinava la testa, iniziava a chiudersi in una depressione e, infine, sfogava eccessi di rabbia.

Per questo motivo, Tucci ci ha tenuto a mostrare anche il sadismo e il masochismo che fanno parte di ogni artista (e di ogni rapporto con gli artisti). Ha concluso che “il rapporto di amicizia è esattamente quello che si vede”.

Final Portrait – L’Arte di essere Amici: la ricerca della perfezione

“Appartiene anche a me la nevrosi e il senso di insoddisfazione. Qui ci si spinge verso la creazione di qualcosa che sia veritiero, e non perfetto“: così Stanley Tucci ha commentato la tendenza dell’artista a non sentirsi mai completamente soddisfatto e lieto del lavoro che svolgeva nel proprio studio. A tal proposito, ha aggiunto che ciò che più lo affascinava in Giacometti da sempre era come l’artista si misurasse con il frutto della propria arte.

Il regista ha concluso la sua riflessione sull’artista con queste parole: “Molti credono sempre, alla fine di una storia, che l’artista sia un pazzo, ma per me non lo è. È la sua capacità di artista di andare oltre, lontano, verso un qualcosa che ancora non c’è. È la sua capacità di vedere il futuro, in un certo senso”. Questo è il motivo che lo ha spinto a scegliere Giacometti, in prima linea. Tucci ha infatti sostenuto che crede sia l’artista che, più di tutti, si sia collocato al di fuori dal tempo. Le sue opere, così particolari e così di successo, possono essere collocate nella preistoria così come nell’età moderna: questo lo rende un vero genio.

In ultima battuta, Tucci ha detto che è per questo che ha scelto di porsi dietro la macchina da presa, soprattutto spinto dal suo legame con Giacometti: “Avevo il desiderio di raccontare una storia proprio come volevo raccontarla io“.

 

Claudia Pulella

 

 

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