Nato da una famiglia ebrea, il padre era un sarto, è attratto fin da giovanissimo dagli ambienti teatrali, nel fervore intellettuale della Berlino di inizio Novecento.
Nel 1911 entra a far parte dell’importante compagnia di Max Reinhardt e comincia una promettente carriera di attore e regista. A partire dal 1914 si dedica alla regia cinematografica, nella nascente industria tedesca. Il suo primo successo è l’horror “Gli occhi della mummia” (1918) con la famosa attrice Pola Negri, ma si impone rapidamente anche con commedie divertenti e satiriche, come “La principessa delle ostriche” (1919), nelle quali mette alla berlina la follia degli arricchiti. Il suo kolossal ad alto budget “Theonis, la donna dei faraoni” (1922) gli attira le attenzioni delle major di Hollywood. Lubitsch si trasferisce a Los Angeles definitivamente nel 1922 per lavorare con l’attrice Mary Pickford, una dei fondatori della United Artists. La dirige infatti in “Rosita” (1923) un film drammatico che è un grande successo commerciale.
Grazie alla notorietà acquisita lavorando con la Pickford, il regista firma un contratto per la Warner, dive si specializza soprattutto in commedie come “Matrimonio in quattro” (1924) e “Il ventaglio di lady Windermere” (1925). Mentre il suo prestigio si accresce per merito del suo stile di ripresa elegante e sofisticato, Lubitsch decide di passare alla MGM con “Il principe studente” (1927). La rivoluzione del sonoro favorisce la sua regia, permettendogli di affrontare la commedia con l’aggiunta di dialoghi scoppiettanti e sofisticati. Nel 1929 gira “Il principe consorte” con Maurice Chevalier, suo primo sonoro, seguito da “Paramount Revue” (1930) e “L’allegro tenente” (1931), tutte storie di grande successo che sarebbero diventate presto dei prototipi per il genere musical. Gli anni Trenta sono il periodo d’oro di Lubitsch: le sue pellicole amorali e divertenti fanno parlare di un vero e proprio “Lubitsch touch”, tocco alla Lubitsch. Di questi anni sono “Mancia competente” (1932), che narra le vicende di un’elegante coppia di ladri, “Se avessi un milione” (1932) e “Partita a quattro” (1933) con un grande Gary Cooper.
Ma Lubitsch non si dedica solo alle commedie, toccando tutti i generi dal dramma, “L’uomo che ho ucciso” (1932), al musical, “La vedova allegra” (1934). Nel 1939 dirige Greta Garbo in “Ninotchka”, coprodotto da Billy Wilder. Con una satira aperta dello stalinismo, il lungometraggio dimostrare le doti comiche della Garbo, intrappolata fino ad allora in parti drammatiche, tanto che venne pubblicizzato con lo slogan “La Garbo ride!” Nel 1942 il regista tedesco gira quello che è forse il suo lavoro più famoso, “Vogliamo vivere!”, dal quale Mel Books trasse un remake nel 1983. La storia narra le avventure di una troupe di attori intrappolati nella Polonia occupata dai nazisti che riescono infine a fuggire sull’aereo di Hitler. La pellicola è anche ricordata come l’ultima grande interpretazione di Carol Lombard che muore di lì a poco in un incidente aereo.
Un altro dei maggiori successi di Lubitsch è “Il cielo può attendere” (1943) con Don Ameche nei panni di un defunto che racconta tutta la sua vita prima di essere ricevuto all’Inferno (e viene infine spedito in Paradiso). A metà degli anni Quaranta la salute del regista comincia però a declinare e si manifestano i sintomi di una grave cardiopatia. A Hollywood si affrettano a concedergli l’Oscar alla carriera poiché, nonostante le nomination, non è mai riuscito a vincerne uno. Lubitsch dirada i suoi lavori, ma non accetta di ritirarsi.
Mentre sta realizzando “La signora in ermellino” (1948), musical in costume con Douglas Fairbanks e Betty Grable, ha un fatale attacco di cuore, il quinto in pochi anni, che lo stronca il 30 novembre 1947.
Al suo funerale si dice che Billy Wilder abbia esclamato con tristezza: «Ecco, niente più Lubitsch…» e che William Wyler gli abbia risposto: «E c’è di peggio. Niente più film di Lubitsch».
Fabio Benincasa
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