EN EL NOMBRE DE LA HIJA - RECENSIONE

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En el nombre de la Hija - Recensione

Il soggiorno andino dai nonni materni di Manuela e Camilo sono, per la regista equadoregna, l’espediente narrativo per trattare di contrasti sociali.
Regia: Tania Hermida P. – Cast: Eva Mayu Mecham Benavides, Markus Mecham Benavides, Juana Estrella, Martina Leòn – Genere: drammatico, colore, 100 minuti – Produzione: Ecuador, 2011.
“El nombre de la Hija”, in concorso nella sezione “Alice nella Città” al Festival Internazionale del Film di Roma 2011, rappresenta con apparente semplicità lo scontro tra due mondi, distanti geograficamente e socialmente, dove nessuno dei protagonisti arretra di un passo per fondersi con le idee dell’altro. Manuela e Camilo, figli di medici, comunisti militanti, che vivono in una grande città, sono costretti a trascorrere l’estate del 1976 dai nonni, in una valle immersa nelle ande equadoregne.
La nonna, fervente cattolicatradizionalista, insiste che la nipote porti il nome che tutte le prime figlie femmine della famiglia portano da generazioni. Profittando dell’assenza dei genitori, atei e socialisti, coglie l’occasione per battezzare i nipoti, i quali per non scontentarla accettano, pur rimanendo legati all’educazione ricevuta. Il contrasto tra i due mondi, dove la religione si confonde con la superstizione e dove la fede politica viene parimenti accettata senza discussioni, pare insanabile. Sarà l’incontro col pazzo di famiglia, lo zio Felipe, ad aprire a Manuela gli occhi. Metaforicamente lo zio, schizofrenico, è confinato nella biblioteca della casa dei nonni, abbandonata da anni: il luogo della ragione viene non soltanto chiuso, ma addirittura eletto a residenza di un pazzo. Qui lo zio Felipe vive seminudo, trattato come e peggio di un animale, ma solo lui tra tutti ha scoperto quanto è sottile il confine tra realtà e finzione, e che ingabbiare la propria mente in dogmi quali la religione o il socialismo porta a non vedere il mondo nella sua interezza. Proprio perché pazzo può permettersi di “liberare” tutte le parole dei libri della biblioteca e di vestire la statua di Marx come la Madonna, profanando in egual misura entrambi i simboli tra i quali sono divisi i protagonisti della vicenda.
Se un limite vogliamo trovare in questo film, nella ideazione del quale la regista e sceneggiatrice ammette il ricorso a una buona dose di ricordi personali, è proprio la eccessiva schematicità dei personaggi e delle situazioni. La pellicola appartiene più al genere delle favole, e troppo schematica è la divisione tra la prima parte del film e la seconda, quando i bambini “scoprono” lo zio relegato nella biblioteca. Comunque un buon prodotto, interessante per tastare il polso della produzione cinematografica sudamericana di un paese, l’Ecuador, da noi poco distribuito.
Daniele Battistoni

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