Departures - Recensione (Okuribito) Regia: Yojiro Takita - Cast: Masahiro Motoki - Genere: Drammatico, colore 130 minuti - Produzione: Giappone 2008, Amuse Soft Entertainment, Asahi Shimbunsha, Dentsu, Mainichi Hoso, Sedic, Shochiku Company, Shogakukan, Tokyo Broadcasting System (TBS) - Distribuzione: Tucker Film – Data di uscita: 9 aprile 2010.
Dopo tanto penare finalmente trova posto nelle sale italiane il vincitore dell’Oscar 2009 come Miglior Film Straniero. Il merito di questa “conquista” va ad una casa di distribuzione friulana, la Tucker Film, che con la promozione dello splendido documentario “Rumore bianco” (2008) di Alberto Fasulo, ha manifesto la propria attenzione per pellicole con contenuti rilevanti. Questa è la storia del violoncellista Daigo Kobayashi, che conseguentemente allo scioglimento della sua orchestra, si vede costretto a lasciare Tokyo e tornare, insieme alla moglie, a Yamagata, il suo paese d’origine, situato in una provincia rurale del nord del Giappone. Dovendo cercare un nuovo lavoro, Daigo, accetta un impiego in un'agenzia di pompe funebri come apprendista “nokanshi”. La preparazione del defunto in vista dell’ultimo “viaggio”, ci si presenta non come un atto consueto, bensì come un rituale che restituisce dignità alla persona che era in vita, e nello stesso tempo concede ai familiari di rimanere legati ad un ricordo che non sia contaminato o deturpato dalla bruttezza della morte. La procedura che prevede il lavaggio, la vestizione e il posizionamento del defunto nella bara è una metodologia rispettosa, raffinata, che costituisce un espediente per interrogarsi sulla bellezza della vita, che molto spesso trascuriamo di rammentarci. Ironia e pathos confluiscono in questo film nella medesima direzione, spinti da una regia che con intelligenza sa dosare entrambi. L’argomento è delicato, ma la nostra occidentale lontananza da questa cerimonia, il cui garbo e bellezza ci stordisce, ci consente di scorgerne la sua luce palesemente poetica. Il Maestro Joe Hisaishi, autore delle musiche di alcuni film di Hayao Miyazaki, tra i quali “La città incantata” (2001) e “Il castello errante di Howl” (2004), ha lavorato su una colonna sonora dominata dal violoncello che sprigiona lancinanti soavi melodie. Siamo delusi ed amareggiati che in Italia ci siano ancora reticenze (esclusivamente di carattere economico…) riguardo alla distribuzione di pellicole che nel resto del mondo, per intelligenza o solo per rispetto, trovano posto senza dover necessariamente fare anticamera…
Serena Guidoni
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