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David Lynch - Biografia

(Missoula, Montana, 20 gennaio 1946)

David Lynch, nato il 20 gennaio 1946 a Missoula, nel Montana, è il più controverso autore americano in attività. Per alcuni un truffatore intellettualista, per larga parte della critica e del pubblico uno dei più grandi registi del mondo. Da piccolo Lynch si muove spesso da uno stato all’altro, visto che suo padre deve viaggiare per lavoro. Inizialmente pensa di studiare belle arti e frequenta prestigiose scuole di pittura a Washington, Boston e Philadelphia. Nel 1966 comincia a interessarsi alla nascente video-art e realizza alcuni cortometraggi sperimentali, in seguito raccolti in un DVD. Nel 1970 riceve una borsa di studio che gli consente di girare “The Grandmother”, un mediometraggio di mezz’ora. Grazie al successo di quest’opera, il giovane si può trasferire a Los Angeles, per studiare presso l’American Film Institute, la più prestigiosa scuola di cinema del periodo. Qui comincia a lavorare al suo primo lungometraggio, “Eraserhead – La mente che cancella”. A causa delle ambizioni enormi di Lynch e della scarsità del budget le riprese si trascinano a singhiozzo fino al 1977, mentre la sua vita va a pezzi: a corto di soldi, la moglie lo lascia, si riduce a vivere sul set per alcuni mesi. Il film che ne risulta è una specie di incubo surreale, nel quale un inetto impiegatuccio è alle prese con l’abbandono da parte della moglie, un figlio mutante che piange sempre e reiterate allucinazioni che si materializzano dietro un termosifone. Considerato indistribuibile, “Eraserhead” assurge immediatamente allo status di “cult lisergico” nell’underground americano degli anni Settanta. Stanley Kubrick dichiara pubblicamente il suo interesse per Lynch, insiemea insospettabili cineasti come Scorsese, Woody Allen e Mel Brooks. Ed è proprio grazie all’interessamento di quest’ultimo che Lynch, già con una fama di regista maledetto, viene chiamato a dirigere “The Elephant Man” (1980), il paradossale biopic dedicato a Joseph Merrick, un fenomeno da baraccone nell’Inghilterra vittoriana. Il film è un enorme successo di pubblico, fruttando alla produzione otto nomination agli Oscar e portando a casa tre statuette. George Lucas, entusiasmato dallo stile di Lynch, gli propone di realizzare il terzo capitolo di “Guerre Stellari”, “L’impero colpisce ancora”, progetto che rifiuta perché vuole lavorare a qualcosa di originale. L’occasione per un ambizioso kolossal viene da Dino De Laurentis che gli chiede di mettere in scena una parte della famosa saga di fantascienza “Dune”, scritta da Frank Herbert. Lynch accetta la sfida e la pellicola vede la luce nel 1984, ma a causadi contrasti con la produzione e di limitazioni nel budget il risultato è orrendo. Non solo “Dune” è un flop di pubblico e critica, ma è anche incomprensibile a causa dei tagli imposti da De Laurentis. Nel contratto per “Dune” è però incluso il progetto per un secondo lavoro: il thriller-cult “Velluto blu” (1986), storia oscura e misteriosa ambientata nella quieta provincia americana con memorabili performance di Isabella Rossellini e di Dennis Hopper. Questa volta il pubblico è conquistato dallo stile di Lynch che lega cinema di genere nel più puro stile hollywoodiano con il totalmente irrazionale. Su questa linea si muove la produzione del violento e appassionato “Cuore selvaggio” (1990) con Nicolas Cage, che trionfa al Festival di Cannes e la serie televisiva “Twin Peaks” (1990-91), prodotta dalla ABC che garantisce a Lynch un’enorme notorietà internazionale. “Twin Peaks”è talmente sperimentale nel suo tortuoso procedere che alla fine viene cancellato dalla programmazione. Lynch allora raccoglie parte del materiale filmato e prepara un prequel, intitolato “Fuoco cammina con me” (1992), che però viene accolto con freddezza sia negli USA che in Europa. Dopo una lunga pausa di riflessione, il regista gira l’enigmatico “Strade perdute” (1996) un noir surreale, e “Una storia vera” (1999), atipico road movie crepuscolare. Entrambi vengono accolti con poca attenzione e la carriera di Lynch sembra quasi finita, quando sorprende pubblico e critica con il delirante “Mulholland Drive” (2001), lungo incubo pieno di suspence e virtualmente incomprensibile, che lancia definitivamente la carriera di Naomi Watts e gli frutta il premio per la Miglior Regia a Cannes. Sul modello di “Mulholland Drive”, nel quale la bellezza e il mistero delle immagini sembrano poter fare a meno di una trama precisa è stato girato anche il successivo “Inland Empire” (2006), che per ora resta l’ultimo film del provocatorio regista.

Fabio Benincasa


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