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Dario Fo - Biografia

Dario Fo, premio Nobel per la letteratura, grande a teatro ma poco apprezzato al cinema

(Sangiano, 24 marzo 1926)

Dario Fo, nato a Sangiano in provincia di Varese il 24 marzo del 1926, è un notissimo attore teatrale e drammaturgo di livello internazionale, la cui brillante carriera è stata coronata nel 1997 dalla vittoria del Premio Nobel per la letteratura.

Cresciuto in un ambiente intellettualmente vivace e antifascista viene coinvolto nel dramma della Seconda Guerra Mondiale ritrovandosi a militare nelle fila della Repubblica di Salò. Nel dopoguerra si trasferisce prima a Milano e poi a Roma, lavorando come autore di testi per la pubblicità, la radio e il cinema. I suoi grandi successi teatrali risalgono però agli anni Sessanta e all’attività della compagnia fondata insieme alla moglie, l’attrice Franca Rame. I due recuperano il repertorio tradizionale della Commedia dell’Arte, sfruttandolo per rappresentazioni aspramente satiriche e politiche che dileggiano le sicurezze del boom economico e l’inamovibile casta politica italiana. Il più grande successo dei due rimane certamente “Mistero buffo” (1969) portato inscena recentemente anche da Paolo Rossi.

Durante gli anni Settanta per i suoi atteggiamenti provocatori e la sua militanza extraparlamentare finisce per diventare un personaggio simbolo della controcultura italiana. Famosa la sua presa di posizione contro il commissario Calabresi dopo la morte misteriosa dell’anarchico Pinelli, descritta in termini satirici in “Morte accidentale di un anarchico” (1970). Dopo essersi occupato di teatro, opera e storia dell’arte e aver partecipato a innumerevoli trasmissioni televisive, riceve la consacrazione del Nobel quasi a sorpresa, nel 1997.

Il cinema fin dagli inizi ha tentato di sfruttare la vena comica di Fo, ma mai con grande successo, tanto che si può ben parlare di matrimonio fallito. Il primo film degno di nota è “Lo svitato” (1955) di Carlo Lizzani, che Fo, firmando la sceneggiatura, interpreta insieme a Franca Rame. Nel ruolo di Achille, aspirante giornalista ma grandissimo pasticcione, l’attore dà vita a un umorismo surreale, quasi fumettistico, che sembra occhieggiare alle atmosfere zavattiniane di “Miracolo a Milano” (1951), forse anche per questo senza trovare un grande riscontro presso il pubblico. Per cercare di lanciare il personaggio, l’anno successivo Fo, ancora in coppia con Franca Rame, recita nel classico “Rascel Fifì” (1957), il cui protagonista questa volta è il grande Renato Rascel. Ancora una volta la storia, ambientata in un fumoso night di New York, è la parodia dei film noir americani con gag surreali che oscillano fra il teatro di rivista e le striscie di Jacovitti. Il film si rivela di scarso successo, anche se oggi viene visto con nostalgico apprezzamento dai cultori del vintage nostrano.

Nei vent’anni successivi Fo rimane assorbito prevalentemente dalla sua carriera teatrale, oltre a subire spesso l’ostracismo del mondo della televisione per motivi politici. Il 1989 lo vede tornare sul grande schermo al fianco del suo pupillo Paolo Rossi per “Musica per vecchi animali”, un non entusiasmante adattamento del romanzo “Comici spaventati guerrieri” di Stefano Benni, girato dallo stesso scrittore e da Umberto Angelucci. Nonostante il cast includa comparsate di lusso come quelle di Guccini, Felice Andreasi o Eros Pagni, la storia che narra le vicissitudini di un professore in pensione, Lucio Lucertola, alle prese con la volgare modernità italiana non decolla e resta un tentativo dimenticabile. Più riuscita, nello stesso anno, è la partecipazione al kolossal televisivo di Nocita “I promessi sposi”, nel quale interpreta un esilarante dottor Azzeccagarbugli, forse il più amato dal pubblico insieme al don Abbondio di Alberto Sordi. Successivamente Fo presta la sua voce per due film d’animazione italiani, “La freccia azzurra” (1996) di Enzo D’Alò e “Johan Padan a la descoverta delle Americhe” (2002) di Giulio Cingoli. Nel 2004 lo troviamo nel docufilm di Paolo Rossi "L'erba proibita", al quale segue "Viva Zapatero" (2005) di Sabina Guzzanti.

Salvatore Buellis

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