Da Heath Ledger a Michael Jackson: i media, i vip e la morte Le cronache dell’ultimo anno che hanno riguardato la vita, e soprattutto la morte, di attori e cantanti, vedono dei media sempre più assetati di notizie, oltre il pudore e la pubblica decenza. Il 22 gennaio 2008 muore improvvisamente Heat Ledger, a soli 28 anni per “intossicazione acuta” da farmaci, secondo quanto sarà confermato dall’autopsia del 6 febbraio. Ma a pochi minuti dal primo annuncio delle agenzie, una folla di telecamere già circonda la sua abitazione a Soho, New York. Il suo corpo coperto, trasportato in ambulanza, sommerso di flash in un video che ha fatto il giro del mondo, confermerà la notizia. Solo 9 giorni dopo, alcuni show televisivi, tra cui Entertainment Tonight, annunciano, per l'appunto, macabri tentativi di intrattenimento televisivo, ovvero la messa in onda di un vecchio video in cui Heath partecipa a un droga party presso lo Chateau Marmont Hotel, lo stesso in cui morì l’attore John Belushi nel 1982. Solo in seguito a una campagna promossa dall’agenzia di Ledger, le emittenti rinunceranno alla messa in onda “per rispetto alla famiglia di Ledger”. E per rispetto a Heath Ledger? Certa stampa, a un certo punto, sembra perdere non tanto la sensibilità, quanto proprio il fulcro della notizia, dimenticando di chi e di cosa sta parlando! Di una morte, di un ragazzo, di rispetto all’onore a cui tutti hanno diritto. Il 24 ottobre 2008, la cantante e attrice Jennifer Hudson riceve la notizia che sua madre e suo fratello sono stati uccisi, mentre suo nipote è stato rapito. Tre giorni dopo il bambino senza vita sarà ritrovato nella macchina dell’ex marito della sorella. Mesi dopo la Hudson avrà come più grande preoccupazione il pensiero di dover rispondere alle domande dei giornalisti sulla perdita della sua famiglia. È un macabro meccanismo quello che si sviluppa e che spinge i vip a pensare in modo più o meno urgente, in momenti in cui il silenzio è la migliore forma di rispetto, a come gestire la fuga di notizie. Il 4 giugno 2009 David Carradine viene ritrovato morto nella suite di un albergo di Bangkok, dove stava girando un film. Prima si parla di suicidio, poi di “un gioco di autoerotismo finito in tragedia”, poi di un tumore celato, poi di una vecchiaia non accettata, di birra bevuta tutto il giorno, di evidente euforia, addirittura di assassinio da parte di una setta segreta di kung fu sulla quale Carradine stava indagando… una speculazione informativa che non ha fine, intaccando di giorno in giorno l’immagine di un uomo e attore che ha lavorato con i grandi del cinema, come Scorsese, Bergman e Tarantino. La storia si ripete ancora e ancora. Farrah Fawcett, famosa per la serie tv degli anni ’70 “Charlie’s Angels”, malata di cancro dal 2006, muore a 62 anni, il 25 giugno 2009, anche lei circondata dall’attenzione spasmodica di tutto il mondo: foto, domande, perfino la squallida pubblicazione della sua cartella clinica. E anche quando sono le star ad andare incontro al vampirismo mediatico, quest’ultimo riesce sempre a compiere un passo in avanti nell’invadenza: Farrah aveva autorizzato un documentario sulla sua malattia per sostenere la lotta contro il cancro, ebbene pare che il documentario stesso riporti immagini che lei non aveva mai visto né approvato. A Patrick Swayze, 56 anni, diagnosticano un tumore nel gennaio 2008. Recentemente è stata diffusa la notizia della sua morte, poi subito smentita. Mentre ogni foto che ritrae il bell’uomo di “Ghost” (1990) dimagrito, pallido e triste girano sulle riviste più in voga in “esclusiva!”. I media che accelerano la morte sono i più squallidi, quelli che nella ricerca spasmodica della notizia arrivano a crearla, senza pensare alle conseguenze, al dispiacere che può dare al diretto interessato una speculazione del genere. Infine Michael Jackson, una star che ha subito ogni tipo di attacco mediatico, dalle accuse di pedofilia a quelle sul cambiamento volontario del colore della sua pelle fino ad arrivare alla sua morte - anche lui si spegne il 25 giugno 2009 - circondata da altro mistero subitamente gonfiato dai giornalisti, i quali nel frattempo già tornano sul piano materiale dei suoi debiti e della sua eredità, mentre “The Sun” non manca di pubblicare i macabri dettagli dell’autopsia. Sono pochi esempi, storie molto tristi e dolorose di grandi uomini e donne del cinema e della musica, ma ci fanno riflettere su come i media, lungi dall’allentare la mano avida sulla sofferenza, sulla malattia e sulla morte, sembrano al contrario stringere ancora di più il loro occhio che si moltiplica e nutre quello di miliardi di persone, che ormai sono abituate a godere di certe immagini e certi dolori. Per sentirsi meno mortali, o almeno, mortali tanto quanto i grandi vip che adorano. Eppure nasconde un certo sadismo questa esasperazione al dettaglio macabro o angosciante da pubblicare a tutti i costi perché la gente vuole vedere, come se fosse un riscatto la possibilità di trasformare per un attimo l’ammirazione divinizzata in compiacenza mortale e terrena. Il fatto è che in questo modo la star diventa sempre più vicina all’uomo comune, dando a tutti l’illusione di una condivisione. E i media non fanno altro che mettere al servizio di questo desiderio la loro insensibilità strumentale. Bisognerebbe invece pensare che tutti hanno il diritto di morire in un riguardoso silenzio, senza che nessuno suggerisca argomenti (droga, sesso, sangue…) che inevitabilmente creano curiosità, scalzando il posto alla giusta commozione e a una rispettosa memoria.
aLiCe Rinaldi
30 / 06 / 2009
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