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Brandon Lee - Biografia

Brandon Lee, prematuramente scomparso durante la lavorazione del film che lo ha consacrato leggenda hollywoodiana: "Il Corvo"
(Oakland, 1 Febbraio 1965 – Wilmington, 31 Marzo 1993)

Brandon Lee nasce ad Oakland (California) il 1 Febbraio 1965 ed è famoso oltre che per le sue doti di attore, per essere il figlio del grande maestro di Jeet Kune Do: Bruce Lee.
Suo padre era statunitense ma di origini cinesi, la madre, Linda Emery, era americana. A causa dei frequenti impegni lavorativi di Bruce, quando ha soli tre mesi, Brendon si trasferisce con la famiglia a Los Angeles fino al 1971.
In quell’anno si spostano ad Hong Kong, dove Brandon ha modo di imparare il cantonese e di parlarlo in maniera corretta. Nel 1973 il piccolo subisce un duro colpo: la perdita del padre, probabilmente in seguito all’assunzione di un farmaco non più in commercio perché dannoso (l’Equagesic) o secondo alcuni ucciso dalla mafia cinese.
A soli otto anni dunque, con la madre e la sorellina Shannon, torna negli Stati Uniti, prima nella città di Seattle, dove viene seppellito il padre, e in seguito a Los Angeles (nel sobborgo di Rolling Hills), dove frequenta la prestigiosa Chadwik School, dalla quale viene espulso per insubordinazione, tre mesi prima del diploma (conseguito poi alla Miralesti High School). Subito dopo comincia a manifestare interesse per la recitazione e, nel 1983, si iscrive all’Emerson College di Boston, scuola specializzata in arti recitative. Per coltivare questo suo talento si unisce alla Eric Morris’s American New Theater Company, importante compagnia teatrale newyorkese fondata dal regista John Lee Hancok. Contemporaneamente, per tenere vivo il ricordo del padre, studia le arti marziali alla Inosanto Academy of Martial Arts presso Marina del Rey, dov’è calorosamente accolto e seguito da due prestigiosi allievi di Bruce Lee: Dan Inosanto e Ted Wong. Nel 1985 torna a Los Angeles e ottiene una piccola parte in “Crime Killer”, film di George Pan Andreas. La prima vera esperienza professionale, però, risale al 1986 quando, all’età di vent’anni, appare nel film tv “Kungfu: The Movie”, ispirato all’omonima serie degli anni settanta, nel ruolo del figlio (Chung Wang) del protagonista, David Carradine. Dopo qualche piccola delusione a New York, nel 1986 vola ad Hong Kong per il suo primo vero ruolo da protagonista in “Legacy of Rage” dove lavorerà con un grande amico e collega del padre, Bolo Yeung, e avrà l’occasione di recitare in cantonese. Nel 1987 gira il sequel di “Kungfu: The Movie”, ossia “Kungfu: The Next Generation”. Nel 1990 Con Ernest Bornigne lavora in “Laser Mission” (conosciuto anche come “Soldier of Fortune”). Nei due anni successivi prende parte “Resa dei conti a Little Tokyo” con Dolph Lundgren e “Rapid Fire” (pensato appositamente per lui dalla 20th Century Fox), recitando nei panni del detective Jake Lo. Grazie a quest’ultima pellicola si reca in tour promozionale anche a Roma dove viene intervistato da Lorenzo De Luca, sceneggiatore ed esperto di cinema kungfu, autore di alcuni libri su Bruce Lee. Da quel momento Brandon rifiuta di girare qualunque altro film d’azione o sulle arti marziali perché ritiene che glielo permettono solo perché figlio di Bruce.
Nel 1993 viene scelto per interpretare Eric Draven (definito da lui come il ruolo più bello che potesse interpretare) in “The Crow” (Il Corvo), primo lavoro in cui non ha dovuto mostrare le sue abilità fisiche. Il 31 Marzo 1993 Brandon è a Wilmington sul set ed è l’ultima settimana di riprese. Di lì a poco si sarebbe sposato. In una scena, Eric, il suo personaggio, deve camminare attraverso una porta con una borsa contenente droga. A quel punto Fun Boy (l’attore Michael Massee) gli deve sparare. Per accentuare l’effetto, Brandon ha sulla sua valigetta una piccola carica esplosiva.
Al momento dello sparo Lee rimane disteso al suolo immobile. Il foro e il sangue sembrano frutto di una perfetta simulazione. Quando il regista Alex Proyas gli si avvicina, credendo che stia scherzando (cosa strana perché a lavoro era serissimo) si accorge che effettivamente c’è qualcosa che non va, dato che la macchia di sangue continua ad allargarsi e a diventare più densa. Brandon viene trasportato d’urgenza all’ospedale più vicino, il New Hanover Regional Medical Center, dove i dottori trovano nel suo stomaco un corpo metallico che ha provocato danni notevoli e una grave emorragia interna. Le numerose trasfusioni non danno segni di miglioramento.
Dopo l’ultimo tentativo di rianimazione Brandon Lee si spegne alle 13:03 all’età di 28 anni. Sulla sua prematura morte circolano numerose leggende. C’è chi crede che sia opera della stessa Mafia Cinese che nel 1973 pare abbia assassinato il padre (morto anche lui durante le riprese) per aver rivelato e reso pubbliche le antiche tecniche e i segreti delle arti marziali nei suoi film. C’è poi chi afferma che sia opera della Yakuza giapponese che lavora sottocopertura dell’industria cinematografica. E ancora chi pensa che sia opera dell’uccello usato durante le riprese, poiché il corvo (corvus corax) nella mitologia scandinava è messaggero e portatore di morte. Queste dicerie hanno creato un aura di mistero intorno a questo personaggio e hanno garantito al film incassi da record (42.683.404 dollari in un mese). La spiegazione ufficiale si è concentrata su un frammento del proiettile a salve, usato per le scene precedenti, erroneamente lasciato nel tamburo della pistola, subito dopo riutilizzata. Sarebbe perciò stato lo sparo successivo a ferire mortalmente il giovane attore, ora icona del cinema. Le inchieste successive confermarono la morte di Lee come “accidentale” e la responsabilità fu attribuita alla negligenza della troupe, senza trovare diretti responsabili. Il film fu completato grazie a controfigure, trucchi digitali e tagli di alcune scene. Anche su questo argomento non sono mancate dicerie (in seguito smentite) sul presunto utilizzo della vera scena in cui l’attore muore. Ora padre e figlio riposano l’uno accanto all’altro nel cimitero di Lake View Cemetary di Seattle. Sulla lapide di Brandon è riportato un commento dai toni premonitori, fatto nella sua ultima intervista: “La morte è sempre in cammino, ma il fatto che non sai quando arriverà sembra togliere importanza al fatto che la vita è limitata. Ed è proprio quella terribile inesorabilità che noi tanto detestiamo. Ma poiché non sappiamo finiamo di pensare alla vita come ad un pozzo inesauribile. Eppure ogni cosa accade soltanto per un certo numero di volte, e un ben piccolo numero, in effetti. Quante altre volte ricorderai un certo pomeriggio della tua infanzia, un pomeriggio che sia così profondamente parte del tuo essere per cui tu non possa nemmeno concepire la tua vita senza quelle ore? Forse altre quattro, cinque volte? Forse nemmeno. Quante altre volte guarderai sorgere la luna piena? Forse venti e tuttavia tutto sembra senza limiti.”. Un monumento dedicato alla loro memoria è posto frontalmente alle due lapidi e reca la scritta: "Husband and father, brother and son. Forever with us”.

Giusy Del Salvatore

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