BERNARDO BERTOLUCCI - BIOGRAFIA

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Bernardo Bertolucci - Biografia

Uno dei più grandi cineasti italiani

(Parma, 16 marzo 1941)

Nato tra le colline di Parma il 16 marzo del 1941 e giovane di spicco della società letteraria ed intellettuale formatasi nella Roma dei primi anni sessanta, Bernardo Bertolucci può oggi dirsi regista, sceneggiatore e produttore tra i più acclamati sulla scena internazionale e anche tra i pochi ad aver approfondito ben precise tematiche, attraverso uno stile e un linguaggio, che lo hanno negli anni stigmatizzato come autore oltre che regista.

Figlio primogenito del noto poeta Attilio Bertolucci, già da ragazzo Bernardo sembra intenzionato a seguire le orme paterne, finché non si avvicina al mondo del cinema su istanza dell’amico Pasolini, il quale lo reclama come assistente nel film ”Accattone” del 1961. Inizialmente iscrittosi alla facoltà di Lettere Moderne dell’Università La Sapienza, a fargli da scuola sono di fatto le cene con Pasolini, Moravia e la moglie Elsa Morante. È dalla confidenza diretta ed umana con questi che, infatti, impara ad indagare e capire la storia italiana, i cui drammi la sua generazione ha potuto cogliere solo in parte.

Sono questi gli anni della svolta: mentre si cerca di congedare definitivamente il cinema classico ormai in crisi da tempo, i registi della nuova generazione sognano il tormento e l’estasi dell’autorialità, ma non è facile negare il classicismo dei padri per affermarsi, specialmente se questi portano i nomi di Fellini, Visconti, Antonioni o Rossellini, e se gli stessi per primi iniziano a girare nuove e più moderne pellicole. Non per questo meno zelante, sull’onda del successo di “Accattone”, a soli 21 anni Bertolucci esordisce come regista con “La commare secca” (1962). Il lungometraggio è di impronta poco personale e ancora molto influenzato dal modello pasoliniano che non per niente firma il soggetto e gli suggerisce la scelta di attori non professionisti, a favore di un cinema popolare piuttosto che spettacolare. Dopo i due cortometraggi “La teleferica” (1956), “La morte del maiale” (1957) e questo primo tentativo, Bertolucci è pronto per inaugurare quella che la critica considererà poi la sua ufficiale opera prima: “Prima della Rivoluzione” (1964). I modelli, come confermato da alcuni dialoghi, sono quelli del cinema di Godard e Rossellini e non manca in alcuni carrelli di macchina la eco di quello di Pasolini, ma l’ambientazione nella sua terra d’origine e la scelta di sviluppare il tema della separazione, attraverso la storia del giovane borghese Fabrizio, con cui l’identificazione del regista è continua, gli offrono la possibilità di esprimersi comunque autonomamente. La pellicola ottiene i consensi della critica e forse perché influenzato dalla contestazionegiovanile e le istanze di rinnovamento di quegli anni, l’artista ha tutta l’intenzione di proseguire il suo personale discorso socio-politico nei successivi: “Partner” (1968), opera tipicamente sessantottina ispirata al “Sosia” di Dostoevskji, “Il conformista” (1970), liberamente tratto da un romanzo di Moravia, con cui per la prima volta si affaccia sulla scena europea grazie anche alla presenza degli attori Jean-Louis Trintignant e Pierre Clementi e infine “Strategia del ragno” (1970), febbrile viaggio nella memoria e interessante indagine sul rapporto padre-figlio, che ne segna il raggiungimento di una definitiva maturità narrativa.

Arricchito dall’esperienza al fianco dei grandi Sergio Leone e Dario Argento come collaboratore per il soggetto di “C’era una volta il West” (1968) la prestigiosa carriera di Bertolucci giunge alla sua prima svolta con la pellicola divenuta oggi cult: “Ultimo tango a Parigi”(1972), che vede la partecipazione di un folgorante Marlon Brando e di una Maria Schneider dall’indiscutibile fascino. Dopo lo scandalo per l’attenzione ai temi della sessualità analizzati in chiave freudiana, giudicata oscena, la pellicola viene fortunatamente riabilitata nel 1987 e si salva dall’estinzione nella sua versione integrale, grazie alla conservazione in alcune cineteche estere. La pioggia di nomination alle più importanti manifestazioni che investe “Ultimo tango a Parigi”, apre al regista la possibilità, questa volta, di lavorare ad un colossal come quello di “Novecento – atto I” e “Novecento – atto II” (1976) il cui cast internazionale formato da Burt Lancaster, Sterling Hayden, Robert De Niro, Gèrard Depardieu, Donald Sutherland, Dominique Sanda, Stefania Sandrelli e Francesca Bertini, mette in scena con efficacia melodrammatica le vicende di due famiglie patriarcali contadine della zona emiliana, daiprimi del ‘900 ai tempi della Liberazione. Altra occasione di indagare dal punto di vista psicologico le condizioni dell’individuo dinanzi ai fatti della storia. Vengono dunque presentati a Cannes e a Venezia “La Luna” (1979), con ancora una volta le proiezioni edipiche dei personaggi come protagoniste, nonché “La tragedia di un uomo ridicolo” (1981), con cui Tognazzi vince il Grand Prix per la migliore interpretazione maschile. Deciso a portare sul grande schermo tutto l’esotismo e il senso di ‘ostranenie’ dei paesaggi dell’oriente, per Bertolucci arriva il momento di firmare altri tre celebri capolavori, racchiudibili nel ciclo denominato “la trilogia dell’altrove”. Stiamo parlando de “L’ultimo imperatore” (1987), che si aggiudica ben nove Oscar tra cui Miglior Film, Miglior Sceneggiatura non originale (sempre di Bertolucci) e Miglior Regia; “Il tè nel deserto” (1990) e “PiccoloBuddha” (1993), opere girate tra diversi paesi, quali la Cina, il Marocco e l’Inghilterra, e che, seppure di diversa ambientazione, non tradiscono i tratti tipici della sua regia. Da piccolo operatore del settore, disposto a chiedere i soldi ad un capomafia perché venga finanziato “Prima della Rivoluzione”, Bertolucci è ormai considerato “Maestro di cinema” e torna in patria trionfante per girare altre due preziose perle: “Io ballo da sola” (1996) e “L’assedio” (1999) a sancire per l’ennesima volta il gusto tutto figurale di questo autore e ad aggiungere altre commoventi immagini di lirismo e poesia al già esistente repertorio.

Giunti dunque alle soglie del nuovo millennio, Bertolucci produce e firma la sceneggiatura di “Il trionfo dell’amore” (2000), diretto da sua moglie Clare Peploe e nel 2001 compare nel film di Laura Betti “Pier Paolo Pasolini: la ragione di un sogno”, per rendere omaggio al suo indimenticabile compagno di strada. Insieme a Claire Denis, Mike Figgis, Jean-Luc Godard, Jirí Menzel, Michael Radford, Volker Schlöndorff, István Szabó, realizza nel 2002 “Ten Minutes Older: The Cello”, film collettivo composto da cortometraggi della durata di dieci minuti ciascuno, presentato fuori concorso alla 59esima Mostra del Cinema. Per il suo episodio, “Histoire d’eau” (girato al Circeo), si ispira ad un'antica parabola indiana, raccontatagli da Elsa Morante e già narrata da Adriana Asti in “Prima della Rivoluzione”. Ritmato da continue sequenze del cinema che fu, ambientato durante il maggio francese e immerso in un’atmosfera quasi onirica, tra le rivoluzioni politiche e quelle sessuali dell’ormai lontano ‘68, è l’ultimo dei lavori di tale illustre filmografia: “The Dreamers – I sognatori” (2003). Il modo in cui Bertolucci tiene la camera, con ”quella morbidezza, quel senso di abbandono unito all’irrefrenabile capacità indagativa”, come ben descritto dallo scrittore ed amico Enzo Siciliano, regala allo spettatore momenti di grande partecipazione, nonostante le critiche ai contenuti ritenuti stavolta scarsi. Eccellenti sono poi le performance dei protagonisti, tra cui l’intrigante Philippe Garrel, definiti da Bertolucci con invidia: ‘pure cinefile’, a differenza del regista la cui purezza si perde nell’attimo stesso in cui, passando all’azione, gira il primo ciak.

Termina dunque qui questo viaggio attraverso il percorso professionale di questo impareggiabile artista della pellicola, un percorso durato più di quarant’anni e condotto con ardore e passione; in conclusione un modello ed un’icona per i giovani delle nuove generazioni, che come lui abbiano intenzione di dar corpo attraverso una cinepresa a viaggi indimenticabili nella memoria e nella cultura di uomini e luoghi.

Cecilia Sabelli

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