ARANCIA MECCANICA:  IL POTERE DEL LIBERO ARBITRIO

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Arancia meccanica: il potere del libero arbitrio

A distanza di tanti anni dall’uscita, “Arancia meccanica” di Stanley Kubrick non ha perso ancora il suo fascino. Solo a prima vista il tema è quello della violenza, in realtà si parla di libero arbitrio, di manipolazione delle menti e di un mondo dove non c’è salvezza per nessuno. La vita del capodrugo Alex De Large è sesso, ultraviolenza e musica classica, il tutto annaffiato dal latte più del Korova milk bar. Tradito dai suoi complici e condannato per omicidio accetterà di farsi rieducare con il “Metodo Ludovico” che in qualche modo ricorda il progetto Mkultra attuato dalla CIA tra gli anni 60/70. Diventato cittadino esemplare a sue spese, Alex scoprirà che per sopravvivere il suo occhio deve tornare a scintillare come prima e con il beneplacito del potere. Un film che sin dal suo nascere ha avuto problemi con la censura, essendo passato agli occhi di tutti come opera che incita alla violenza come è capitato in tempi più recenti a “Natural Born Killer” di Oliver Stone. Trasmesso sabato 2 febbraio su Studio Universal di Sky, è stato considerato un tabù televisivo sino al 25 settembre 2007 data della sua prima messa in onda in chiaro su La7 dopo le ore 22.30. L’occhio azzurro di Malcolm Mc Dowell sinistramente enfatizzato dalle ciglia posticce ci introduce in un mondo dove non c’è salvezza per nessuno. Alex, eroe senza legge, paradossalmente è l’unico che resta puro anche nell’esercizio della violenza e incarna l’essenza stessa dell’Homo omini lupus. Del resto “Arancia Meccanica” è una libera traduzione di “as queer as a clockwork orange” espressione londinese che suona come “strano come un’arancia meccanica” dove queer sta per fuori dal comune. Tutti i personaggi ruotano intorno al protagonista, a partire dai suoi “amici” che non possedendone il carisma lo vendono al potere per diventarne loro stessi parte. La Londra in cui si svolge la scena è un labirinto squallido e sporco come l’androne di casa di Alex. Gli ambienti in cui si muovono i personaggi sono futuribili quasi sulla scia di Odissea 2001. Colore dominante il bianco come le divise dei drughi, il Korova Milk Bar, simbolo di purezza e di freddo minimalismo al tempo stesso. Su di esso risalta il rosso come il sangue e come l’abito della signora violentata nella casa di campagna, mentre nere sono le divise dei miliziani-poliziotti. Le scene di violenza, seppur dure non appaiono fini a se stesse e portano l’indiscutibile marchio british dell’humour noir come vedremo fare molti anni dopo in “Trainspotting” senza il genio estetico di Kubrick. Indimenticabile lo stupro a tempo di “Singing' in the rain”, come il balletto di violenza nel vecchio teatro con “ La gazza ladra”. La lingua usata è il “nadsat”, un mix d’inglese e russo inventato dall’autore dell’omonimo libro Anthony Burgess. Di Stanley Kubrick era noto il suo perfezionismo e qui il grande maestro non si smentisce dalle scenografie ai costumi. Non si possono non ricordare i tavolini ispirati alle sculture dell’artista inglese Allen Jones “Chairs and tables” a forma di donna e i grotteschi abiti della madre di Alex. Nella casa assolutamente kitch dei genitori la stanza del nostro eroe chiusa come una cassaforte appare quasi un’isola di buon gusto dove domina un quadro che rappresenta il grande Beethoven. Le due parti del film potrebbero sottotitolarsi “delitto e castigo”, in una struttura circolare Alex diventa da carnefice vittima in una chiave quasi “karmica”. Il secondino che lo accoglie in prigione è quasi una parodia di Hitler e anche il ministro che lo inserisce nel “programma Ludovico” appare l’incarnazione del potere nella sua forma più viscida e inquietante. Chiuso in una camicia di forza e con un fissa palpebre come strumento di tortura, all’ex capodrugo viene fatto credere che il “cinebrivido” sia la cura. In realtà in quel momento lui è il cane di Pavlov. Le immagini viste durante la cura dall’occhio di Alex sono le stesse che guardiamo noi spettatori durante il film senza riuscire a distogliere lo sguardo da quello schermo che pure ci inquieta la coscienza. Guarito, Alex rientra nella società non più delinquente temibile ma buon cittadino che si sente soffocare se assiste a scene di violenza e aimè se ascolta la Nona di Beethoven. In un orribile teatrino sarà la marionetta del ministro degli interni e solo il vecchio prete avrà un tocco di umanità ricordando che senza libera arbitrio non c’è vita, che il bene deve essere una scelta. Fuori nel mondo sarà la “vittima dell’era moderna” e desidererà di “renderla”, di morire senza dolore e in pace. L’amata nona diventata per lui supplizio mortale, nonostante tutto gli aprirà la via di fuga.Arancia meccanica” si chiude come si è aperto con l’occhio azzurro di Alex che ritorna finalmente alla vita puro come prima, così diverso dalla sinistra maschera del ministro che gli propone “Una nuova intesa tra vecchi amici”.

Ivana Faranda


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