Arancia Meccanica - Recensione L'ultra-violenza sulle note di Ludovico Van
(A clockwork Orange) Regia: Stanley Kubrick - Cast: Malcolm McDowell, Patrick Magee, Michael Bates, Warren Clarke, John Clive, Adrienne Corri, Carl Duering, Paul Farrell, Clive Francis - Genere: Drammatico, colore 137 minuti - Produzione: USA, 1971, Stanley Kubrick - Distribuzione: Warner Bros.
È il 1971 quando un occhio punta il suo sguardo imperioso su noi inermi spettatori, costringendoci a fare una scelta doverosa: seguitare a “guardare” o finalmente “vedere”. Quella stessa iride lentamente si dilata palesando i membri di questo temporaneo rendez-vous, e “sinfonicamente” percorrendo un corridoio a ritroso, visualizziamo con chiarezza ciò che lo abita. Ai lati di questo tunnel corpi nudi dalle fattezze artificiali e stereotipate, che commemorano la più fulgida pop art, ci si svelano come manichini femminili che nel loro seno cullano e proteggono un latte con qualcosa in “più”. È nell’allontanamento fra noi e quello sguardo che si perpetra il crimine. Siamo come colti dall’improvvisa consapevolezza che la nostra cecità intellettuale è il veicolo sul quale i quattro giovani con bombetta e bastone, sdraiati disinvolti sui divanetti del Korova Milk Bar, sfrecceranno in cerca di una dose non smerciabile di ultra-violenza. Con questa indimenticabile scena iniziale “Arancia Meccanica”, entrò prepotentemente nella storia del cinema, svincolandosi dall’ondata di disapprovazione (dei politici stranamente!) che in Italia, dopo la proiezione alla Mostra di Venezia, non ne consentì il passaggio in televisione fino al settembre del 2007, ben trentasei anni dopo l’uscita nelle sale. Forse è questo il vero scandalo, ma probabilmente è stata anche la sua fortuna. Stanley Kubrick seppe trasporre sullo schermo il romanzo più “fantascientifico” che gli anni Sessanta potessero concepire. Anthony Burgess nel 1962 narrò, con un linguaggio chiamato Nadsat (uno slang artificiale che deriva dall’inglese con influenze russe) dallo stile ironico e paradossale, l’enfasi di una vita votata alle scelleratezze e che si pasce dell’appoggio della stessa società. Il Governo integerrimo, nello stesso tempo, promulgava un Programma Ludovico volto all’annichilimento dei soggetti sottoposti, pavoneggiandosi della sua enorme ed indiscutibile efficacia. L’uomo comune è realmente la bestia, o sono i gregari delle istituzioni a creare le fondamenta della violenza? Beethoven diventa rifugio dell’ideologia, “Singing in the rain” fischiettata allegramente diviene sbeffeggio dell’abominio. Solo una cosa ci viene in mente: Stanley ci manchi…
Serena Guidoni
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