Amedeo Nazzari - Biografia
(Cagliari, 10 dicembre 1907 – Roma, 7 novembre 1979)
È stato l’idolo di tutte le donne dalle sartine alle signore dell’alta borghesia. Amedeo Nazzari è stato il bello nostrano del cinema dei suoi anni, non a caso infatti più di una volta ha interpretato sullo schermo il prode aviatore che cade sotto i colpi del nemico, una vera e propria icona per quel tempo. Ma, a trenta anni dalla sua scomparsa, viene ricordato anche per la sua grande generosità, mascherata da un carattere brusco solo all’apparenza e per il rigore che l’ha sempre caratterizzato. Ha girato almeno 162 film e nel 1938 guadagnava ben mezzo milione a film, un vero record per l’epoca. Nazzari, al secolo Salvatore Amedeo Carlo Leone Buffa nasce a Cagliari il 10 dicembre del 1907. Si trasferisce a Roma a sei anni con la madre e le sorelle dopo la morte del padre. Affascinato dal mondo dello spettacolo, esordisce in teatro con la compagnia di Annibale Ninchi, Memo Benassi e Marta Abbi. Il suo primo film è “Ginevra degli Almieri” di Guido Brignone del 1936. E’ un flop. A dargli la grande occasione sarà lo stesso anno Anna Magnani che lo vuole nella pellicola diretto dal marito Goffredo Alessandrini “Cavalleria”. Nazzari è alto, bello e prestante e in divisa fa la sua figura. È nato il divo che farà innamorare tutte le donne dell’epoca. Sempre diretto da Alessandrini e sempre nella parte di un militare, Nazzari ottiene la sua definitiva consacrazione in “Luciano Serra Pilota” del 1938. Nel frattempo, solo un anno prima Mussolini ha inaugurato gli stabilimenti di Cinecittà e la pellicola di cui sopra è uno dei più importanti film di propaganda fascista. Sceneggiato da Vittorio Mussolini e Roberto Rossellini, vince a Venezia la Coppa Mussolini. Eppure, l’attore pur essendo la star del regime, al contrario di altri come Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, alla richiesta del Duce di aderire personalmente al partito declina cortesemente. Ciò gli permetterà di passare senza troppe scosse all’epoca neorealista. Nel 1939 è nel cast accanto ad una giovanissima Alida Valli di “Assenza ingiustificata” diretto dal regista austriaco di origine ebrea Max Neufeld. Nel 1941 per “Caravaggio, il pittore maledetto” di Alessandrini, Nazzari viene premiato a Venezia con la Coppa del Ministero della Cultura Popolare come Miglior Attore. Lo stesso anno, gira il film per cui sarà ricordato dai più soprattutto per la battuta “E chi non beve con me… peste lo colga”, che sarà citata da lui stesso anni dopo nella pubblicità del Bianco Sarti. Stiamo parlando del capolavoro di Alessandro Blasetti “La cena delle beffe” del 1941, tratto da un dramma di Sem Benelli. Con Nazzari, nel cast la coppia Ferida/Valenti per l’ultima volta sul grande schermo e Clara Calamai che mostrerà il primo seno nudo della storia del sonoro italiano. In “Bengasi” di Augusto Genina del 1942, considerato uno degli ultimi film di propaganda anche se minore, l’attore sardo ha un ruolo di primo piano come collaborazionista scoperto dagli inglesi e da loro fucilato. Gli anni del dopoguerra di Nazzari sono caratterizzati da opere minori. Il ritorno sulla breccia è con Blasetti nel 1946 con “Un giorno nella vita”, in cui è un capo partigiano. Con la Magnani, diretto da Alberto Lattuada nel 1946 è nel film “Il bandito”, che in qualche modo rientra nel filone neorealista, che Nazzari sfiorò soltanto. Diventato una star internazionale gira film in Spagna ed in Argentina, dove si rifiuta di ricoprire la parte di un criminale italiano per non diffamare il suo paese. Al ritorno in patria nel 1949 con il melodramma “Catene” di Raffaello Matarazzo ritorna al grande successo. Con lui lavora la bellissima Yvonne Sanson ed è un vero trionfo al botteghino, seppur bistrattato dalla critica. La stessa che negli anni ’70 rivaluterà in qualche modo il filone strappalacrime, del quale Nazzari diventerà il simbolo maschile. Un ruolo impegnato invece gli viene dato da Luigi Zampa nel 1952 in “Processo alla città”. Girato in presa diretta nei vicoli di Napoli, vede Nazzari nei panni di un inflessibile magistrato che si ritrova a scoprire come la camorra già ai tempi era collusa con tutto il sistema, una sorta di “Gomorra” in chiave neorealista che vede nel cast Silvana Pampanini e Paolo Stoppa. Tra un melodramma e l’altro, nel 1954 Mario Monicelli lo dirige in “Proibito”, una pellicola con ispirazione western ambientata in Sardegna e non particolarmente riuscita. È però Federico Fellini a dargli uno degli ultimi ruoli importanti della sua carriera ne “Le notti di Cabiria” del 1957. Nazzari non manca d’ironia nel fare il divo in decadenza che per ripicca alla sua giovane amante si porta a casa la povera Cabiria interpretata da Giulietta Masina. Lo stesso anno, si sposa con l’attrice italo/greca Irene Genna, da cui avrà una figlia. Poco o nulla si è sempre saputo della sua vita privata a parte qualche uscita nei night del tempo, cosa di cui Nazzari andò sempre molto fiero. Gli anni ’60 vedono l’attore in difficoltà. Gli scappa il ruolo del Principe Salina nel “Gattopardo” viscontiano andato a Burt Lancaster per accedere a finanziamenti americani. Gli viene proposto un film con Marilyn Monroe oltreoceano ma lui rifiuta per paura di recitare in inglese. Degno di nota per questi anni è il film di Guy Hamilton “I due nemici” (1961) sulla campagna dell’Africa orientale del 1941 con David Niven e Alberto Sordi, in cui Nazzari ritorna a indossare la divisa che l’ha reso così celebre, ma questa volta in una parodia del glorioso passato. E anche c’è molto di autoironico nel suo personaggio nel film di Risi “Il gaucho” (1964) con Vittorio Gassman, dove interpreta un immigrato italiano che ha fatto successo in Argentina e non si rende conto del tempo che è passato. Sono gli anni della commedia all’italiana e Nazzari si mette da parte. Successivamente fa solo piccoli cammei, da “Il papavero è solo un fiore” del 1966 al polar francese “Il clan dei siciliani” del 1969. La sua ultima apparizione sul grande schermo è nel film di Maurizio Costanzo “Melodrammore - E vissero felici e contenti”. Datato 1978 e poco riuscito, vede Nazzari nei panni di se stesso. Il primo divo del cinema italiano morirà d’infarto il 7 novembre del 1979, dopo aver ricevuto solo un mese prima dal Consiglio Direttivo del Premio David di Donatello il premio speciale ”per una vita dedicata al cinema con appassionata professionalità e straordinario successo”, che sarà ritirato dalla figlia Maria Evelina.
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