Alejandro González Iñárritu - Biografia
Alejandro González Iñárritu è un regista messicano che racconta i sentimenti, la politica e l'attualità
(Città del Messico, 15 Agosto 1963)
Se avete la fortuna di assistere a una sua conferenza stampa o semplicemente ascoltare una sua intervista vi accorgerete in poco tempo della quantità e qualità delle idee che affollano la testa del messicano Alejandro González Iñárritu. Dal cinema alla politica, dall'attualità ai sentimenti, quando parla a ruota libera, il quarantenne regista di Città del Messico, è un vero fiume in piena.
È grazie alla sua mente brillante che fa velocemente carriera nel mondo dello spettacolo dove aveva iniziato a lavorare negli anni ’80 come Dj per la più grande radio messicana.
Passa poi alla televisione e in breve diventa direttore artistico, mentre continua i suoi studi sul cinema a Los Angeles. Nel 1999 fonda la Zeta films, casa di produzione che realizza spot e cortometraggi.
E' in questi anni che conosce lo sceneggiatore Guillermo Arriaga, un'incontro che si rivelerà fondamentale per la sua attività artistica. I loro primi lavori sono undici cortometraggi su Città del Messico. Poi insieme ampliano e completano il tema di un corto e dopo tre anni e ben 36 stesure nasce "Amores perros" (2000), tre storie che si intrecciano in tre diversi luoghi della capitale. Il successo è notevole quanto inaspettato. Il lungometraggio ottiene premi e riconoscimenti in tutto il mondo, oltre alla nomination agli Oscar come Miglior Film Straniero e il Premio della Settimana della Critica al Festival di Cannes del 2000. Per Inarritu è la chiave che apre le porte di grandi produzioni.
Alejandro sarà chiamato a dare il suo contributo al corale "11 settembre 2001" (2002), film a episodi che si ripropone di raccontare l'impatto emotivo che gli attentati alle Twin Towers di New York hanno avuto sul mondo intero. Inarritu figura nei titoli insieme a registi già affermati, da Claude Lelouch a Ken Loach, da Mira Nair ad Amos Gitai. Torna poi a collaborare con Arriaga e porta sullo schermo "21 grammi - Il peso dell'anima" (2003). Sean Penn, Naomi Watts e Benicio del Toro danno il volto a un malato terminale, una vedova e un criminale le cui storie apparentemente slegate, si uniranno in un finale di amore/morte che sottolinea il dolore per la perdita di chi si ama (terribile esperienza ben viva nel cuore del regista che proprio in quel periodo aveva visto morire suo figlio). La vena creativa diInarritu-Arriaga ci regalerà un altro capolavoro: "Babel" (2006), che chiude la cosiddetta “Trilogia della morte”.
Girato in tre continenti, con stars internazionali, Brad Pitt, Cate Blanchett e Gael Garcia Bernal e tanti attori dilettanti, il film fa lavorare un cast eterogeneo che parla addirittura sei lingue. Anche qui quattro storie che si incastrano l’una nell’altra, con i destini dei protagonisti che si influenzano in un gioco di causa-effetto non del tutto casuale. Inarritu sottolinea l'isolamento, la solitudine, la fragilità di personaggi che mai si incontreranno, ma le cui azioni si riflettono sulle reciproche esistenze. Punta il dito sull'incapacità di comunicare,per lui il grande limite dell'uomo moderno eal centro di tutto il tema che più gli sta caro: la compassione, come comprensione dell’altro.
Accolto a braccia aperte negli Stati Uniti, emigrato di lusso, vede i suoi connazionali meno fortunati, respinti e tenuti lontani, non solo da un muro in cemento lungo la frontiera, ma anche da pregiudizi e da barriere spesso più della mente e del cuore che fisiche. A un passo dall’Oscar, è il primo del suo paese a ricevere la nomination e proprio con “Babel” vince il premio alla Miglior Regia al Festival di Cannes.
Poi, rotta la collaborazione con Arriaga, Iñárritu dirige un episodio, “Anna”, di “A ciascuno il suo cinema”, presentato in occasione dei 60 anni del Festival di Cannes e dedicato a Federico Fellini. Nei tre minuti a disposizione il regista ci offre un lungo, intenso primo piano di una giovane donna con sottofondo i versi di Godard e, solo alla fine, ci rendiamo conto che la ragazza è cieca. Così ancora una volta Alejandro ci mette in guardia dalla nostra di cecità, dai limiti che mettiamo ai nostri orizzonti.
E se ogni suo film è stato una piccola ma profonda lezione, non aspettiamo altro che torni dietro la macchina da presa con la stessa voglia e la stessa capacità di esplorare le realtà dell’animo umano. Il 2010 vede Alejandro impegnato nella regia di "Biutiful", presentato al festival di Cannes dove il protagonista, Javier Bardem è stato premiato per la sua interpretazione.
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