"10.000 a. C."
(10,000 BC) Regia: Roland Emmerich. Con Camilla Belle, Steven Strait, Cliff Curtis. Genere: Avventura, colore 109 minuti. – Produzione: USA, Nuova Zelanda 2008. – Distribuzione: Warner Bros Italia – Data di uscita: 14 Marzo 2008
Dopo “Independence Day” e “The Day After Tomorrow” con “10.000 a. C.” Roland Emmerich ricrea nuovamente uno scenario diverso da quello attuale, avvalendosi di un uso intelligente degli effetti speciali, che, come avviene sempre per i suoi film, si pongono come utile mezzo per dar felice sfogo alla sua fervida fantasia. E così, supportato dalla tecnologia e dagli splendidi scenari della Nuova Zelanda, di Città del Capo e del deserto della Namibia, mette in piedi un enorme macchina del tempo che riporta lo spettatore indietro di ben 10.000 anni avanti Cristo. Da un punto di vista visivo l’operazione è come al solito riuscita (lo scorso week end il film è stato campione d’incassi in USA), anzi in questo caso sembra estremamente naturale l’integrazione fra ciò che è stato ricreato al computer (eccezion fatta per la tigre dai denti di sciabola) e uno scenario naturale di per sé selvaggio e primordiale. Ma di questo non ci si può accontentare, sebbene questo genere di film siano per lo più relegati al puro intrattenimento, puntando molto sull’effetto spettacolare. La storia non regge i 109 minuti di proiezione; andando a prendere qua e là da altri film (primo tra tutti “Apocalypto” di Gibson, naturalmente depauperato del suo significato profondo), la sceneggiatura di “10.000 a. C.”, scritta dallo stesso Emmerich insieme a Harold Kloser, non ha nulla di originale e in alcuni punti sfiora addirittura il ridicolo. Come in “Apocalypto” anche qui una tribù di cacciatori viene attaccata da guerrieri appartenenti a una civiltà superiore che cercano schiavi per erigere monumenti ai loro dei. Una storia d’amore è al centro della vicenda: la bella Evolet (Camilla Belle) fatta prigioniera, insieme ad altri del villaggio, deve essere a tutti i costi salvata. Ci penserà l’amato D’Leh (Steven Strait) che, in men che non si dica, da ragazzo emarginato e inesperto (per il presunto, ma non vero, tradimento del padre nei confronti del villaggio) si trasforma in capo, non solo dei superstiti del suo gruppo, ma anche di altre tribù oppresse come la sua. Inizia il viaggio dell’eroe posto di fronte a una serie di pericoli superati quasi sempre nello stesso modo. Poi arriva l’incontro di D’Leh con una tigre dai denti a sciabola (che non si sa per quale ragione decide di salvare dalla morte). Da questo momento fino alla fine – una conclusione accettabile solo per i più piccoli – il film compie una discesa senza freni verso la noia, attraverso una serie di episodi che possono essere giustificati solo se relegati alla fantasia e alla fiaba, ma non sicuramente a tempi mitici e primordiali, di cui non traspare nemmeno l’ombra.
Laura Calvo